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- Ceiba
< Back Ceiba Ceiba Ceiba è un genere di piante della famiglia delle Bombacacea , di cui fanno parte una decina di specie di alberi tropicali originari dell’America centrale e meridionale. Il tronco rigonfio è senza dubbio il tratto distintivo di questa pianta: alla base è molto largo e si assottiglia verso l’alto, forma simile ad una bottiglia, da qui albero bottiglia . Questi alberi sono tra i più alti della foresta pluviale e possono raggiungere un’altezza fino a 60 metri. Il tronco è una delle parti più interessanti della pianta, solitamente protetto da spesse punte, è di una sfumatura di verde chiaro particolare, colore dovuto alla presenza di pigmenti fotosintetici nella corteccia. Il legno perde questa caratteristica negli anni e man mano che invecchia diventa grigio. La Ceiba è uno dei simboli più cari alla cultura Maya: una leggenda narrata sul loro libro sacro il Popul Vuh, racconta che a seminare ogni ceiba furono gli dèi creatori, al centro dell’universo piantarono la Grande Madre Ceiba i cui rami arrivavano fino al cielo, a rappresentare il punto di contatto con la divinità, e il tronco invece la vita sulla Terra e le radici un’allegoria dell’oltretomba. Link Previous Next
- Orto Botanico di Madrid | terrimago
Il Real Jardín Botánico di Madrid è stato inaugurato nel 1755 e poi nel 1781 è stato spostato da Carlos III nel Paseo del Prado. Ad oggi vanta una collezione di oltre 6.000 specie. Le piante esposte sono organizzate su quattro terrazze: la Terraza de los Cuadros, con roseti ornamentali, piante medicinali e aromatiche; la Terraza de las Escuelas, con collezioni tassonomiche; il Plano de la Flor, con varietà di alberi e arbusti; la Terraza de los Bonsáis con un'importante collezione di bonsai. SPAGNA ORTO BOTANICO DI MADRID Alla Scoperta di un Nuovo Mondo Fotografie Cristina Archinto Testo Carla De Agostini e Alessandra Valentinelli N el centro di Madrid esiste un luogo appartato dove è ancora possibile godersi la natura e la calma, all’ombra di grandi alberi e lontano dal caos urbano: il Real Jardín Botánico de Madrid in Plaza de Murillo, a due passi dal Museo del Prado. Ricco di angoli suggestivi che coprono più di due secoli di storia, l’Orto botanico è un'enciclopedia vivente aperta a chiunque voglia scoprire i suoi tesori vegetali, con una collezione di oltre 6.000 specie, la maggior parte sono di origine mediterranea (Europa meridionale e Nord Africa) e di altre aree con un clima simile, come la California, l’Argentina, il Cile, il Sud Africa e l’Australia meridionale. Il giardino è da sempre un punto di riferimento per la ricerca e la conoscenza della botanica, e sotto l’egida del Consejo Superior de Investigaciones Científicas, il Consiglio Superiore delle Ricerche Scientifiche spagnolo, nel 1947 è stato dichiarato Monumento Nazionale. L’Orto è stato inaugurato nel 1755 e inizialmente posto sulle rive del fiume Manzanares per ordine di Fernando VI, appassionato di botanica. Poi nel 1781 Carlos III lo ha spostato nel Paseo del Prado dove, su progetto dell’architetto Francisco Sabatin e Juan de Villanueva cui si devono anche il Museo del Prado e l'Osservatorio Astronomico, il Real Jardín è stato sistemato in diverse terrazze ispirandosi ai quarti padovani : sulla pianta ortogonale dell’Orto Sabatin e Villanueva hanno posto agli angoli fontane circolari, quindi costruito un padiglione per la serra, ora Villanueva Pavilion, l’Erbario, la Biblioteca e l’Aula di Botanica, oltre alla Porta Reale, una volta l’entrata principale, di stile classico con colonne doriche e frontone. Fin dalla sua nascita, il Real Jardín Botánico è stato un luogo privilegiato di ricerca e di insegnamento, presenta infatti un patrimonio culturale immenso, frutto di spedizioni scientifiche effettuate nel corso dei secoli XVIII e XIX, conservato nell’Erbario, nella Biblioteca e nell’Archivio. Carlo III di Borbone nel 1755 impone che il Real Jardín Botánico sia il luogo dove far convergere tutti i materiali delle spedizioni scientifiche da lui promosse, in dieci anni se ne contano ben quattro: per il Cile e il Viceregno del Perù nel 1777, in Colombia e Nuova Granada nel 1783, per la Nuova Spagna di Messico e Guatemala nel 1787, le coste e isole del Pacifico nel 1789. Il Giardino diventa meta finale di una rete di esperti, tecnici e ricercatori che portano a Madrid disegni, erbari, semi, e talora piante. Tra le ultime spedizione emerge quella di Alessandro Malaspina, capitano della Marina spagnola, che nel 1789 salpa da Cadice per Montevideo, toccando Cile, Perù e Panama, si spinge fino a Vancouver, Manila e Macao. Rientrato nel 1794 in Spagna, senza la difesa dell’ormai defunto Carlo III, finisce imprigionato per le sue idee di fratellanza tra nazioni, e quindi esiliato. La filosofia di Malaspina travalica infatti i conflitti politici e militari, promuove uno scambio di strumenti di misura e navigazione, libri, osservazioni e conoscenze naturalistiche, per questo è solito partire con un equipaggio misto, tra cui tedeschi, francesi e italiani, accompagnati dalla miglior strumentazione inglese e boema. Convinto che non ci siano “terre da scoprire ma un mondo da conoscere”, i cartografi che con lui mappano coste e isole le condividono poi con gli uffici idrografici di Parigi e Londra. I suoi naturalisti, valicando le Ande, inventariano fossili e specie con analisi dirette che poi perfezioneranno il sistema linneano. Ad oggi le piante esposte sono organizzate su quattro terrazze che sfruttano le irregolarità del terreno. Agli angoli dei quarti ci sono alberi alti e svettanti che servono a rinfrescare e a ripartire i gruppi vegetali. La prima terrazza è la più bassa e la più spaziosa di tutte, la Terraza de los Cuadros dove spicca la raccolta di roseti ornamentali, di piante medicinali antiche e aromatiche, che impregnano l’aria di profumi inattesi assieme agli alberi da frutto. Qui le prime piante a fiorire a gennaio sono l’elleboro, seguito da narcisi e crochi. Nei mesi di aprile e maggio si possono invece ammirare gigli, peonie e rose, e nei mesi estivi più caldi compaiono le bellissime dalie che colorano tutto il Giardino. La Terraza de los Cuadros è una passerella di fioriture, tra le più piacevoli per i profumi e la vista, dove si è sempre accompagnati da cinguettii di specie variopinte che a seconda delle stagioni trovano ristoro tra le loro chiome preferite. La seconda terrazza, più piccola della precedente, accoglie le collezioni tassonomiche delle piante, e per questo si chiama Terraza de las Escuelas . La vegetazione è disposta filogeneticamente per famiglie, in modo da poter ripercorrere l’ordine delle piante dalla più primitiva alla più recente. C’è poi il Plano de la Flor, in stile romantico, che ospita una grande varietà di alberi e arbusti piantati in ordine sparso. Il terrazzo è delimitato da un pergolato in ferro battuto, realizzato nel 1786, con diverse varietà di viti, alcune di notevole età. Sul lato orientale si trova il Padiglione Villanueva , costruito nel 1781 come serra, e attualmente utilizzato come galleria per mostre temporanee. Centro importante per avvicinare il pubblico alla scienza e alla biodiversità attraverso linguaggi creativi e alternativi di artisti sempre diversi. Molte mostre cercano ispirazione negli stessi Archivi ed Erbari dell’Orto, con l’obbiettivo di creare una cultura vegetale attraverso la diffusione di un patrimonio scientifico didattico ampio come quello del luogo. Infine, c’è la Terraza de los Bonsáis che ospita una collezione di bonsai donata nel 1996 dall’ex primo ministro Felipe González, composta da specie asiatiche ed europee, principalmente della flora spagnola, e col tempo ampliata. Sul lato nord si trova la serra Graells, conosciuta anche come Estufa de las Palmas , una serra in ferro battuto e vetro, costruita nel 1856 sotto la direzione di Mariano de la Paz Graells, l’allora direttore. In questa sala sono esposte principalmente palme, felci arboree ed esemplari di banane del genere Musa e per le piante desertiche e carnivori c'è la serra Santiago Catroviejo Bolibar. IN EVIDENZA PEONIE TRA LEGGENDA E REALTÀ Le peonie, o Paeonia , sono da sempre apprezzate per i fiori stupendi che riempiono le bordure con sfumature di bianco, rosa e rosso, da tarda primavera a metà estate. Fin dall’antichità la Peonia è nota per le sue virtù miracolose: il nome deriva dal greco paionía , ossia “pianta che risana”, in riferimento alle radici con importanti proprietà curative, calmanti, antispasmodiche, sedative e anche antidolorifiche, etimologia che condivide non a caso con Paeon , Peone, il Dio greco della Medicina. Una nota leggenda greca vuole che sia stato Zeus a trasformare Paeon in un fiore bellissimo e immortale, per salvarlo dall’ira e dall’invidia del maestro che si era visto superare nella cura di Ade. La peonia compete da millenni con la rosa per il titolo di più bella del reame, e in Cina è ufficialmente vincitrice con l’appellativo di “Regina dei Fiori”. Si racconta che più di 2000 anni fa l’imperatrice Wu Tutian, molto bella ma anche molto dispotica, un mattino d’inverno ordinò a tutti i fiori del suo regno di sbocciare. Temendone l’ira i fiori si accordano per accontentarla: tutti tranne uno, la peonia. Furente per quell’orgoglioso rifiuto, l’imperatrice diede ordine che ogni esemplare venisse sradicato e esiliato su alte montagne coperte di neve. La pianta sopportò il gelo e in primavera si mise a fiorire magnificamente. A quel punto Wu Tutian ne riconobbe la forza e ne revocò l’esilio, donandole il titolo regale. La peonia a cui fa riferimento l’antica leggenda cinese è quella arbustiva, che in natura è molto rara, e culturalmente per i cinesi la rarità coincide con la preziosità. Per questo le viene attribuita un’origine soprannaturale: nella Riserva naturale della montagna di Huashan, “Montagna dei Fiori”, da hua fiore e shan montagna, nella regione cinese dello Shaanxi, si trovano padiglioni raffiguranti la nascita della peonia come frutto dell’unione tra un contadino e una dea che gliene ne donò una come pegno d’amore, prima di far ritorno alla volta celeste. Nell’antichità era privilegio esclusivo della famiglia imperiale e dei nobili mandarini poterla coltivare nei propri giardini, mentre oggi la sua aristocratica bellezza è alla portata di tutti. Nei giardini europei è arrivata nel 1789, dopo un lungo tragitto su una nave inglese solo cinque piante riuscirono per la prima volta quell’anno a radicare nell’orto di Kew Garden. Link Centro Botanico Moutan GALLERY Info: Sito ufficiale Foto ©CRISTINA ARCHINTO Altri giardini botanici e vivai Orto botanico di Amsterdam Orto botanico di Napoli Orto Botanico di Zurigo e la Serra Malgascia Giardino Botanico Nuova Gussonea Orto Botanico di Catania Orto Botanico di Ginevra Centro Botanico Moutan Orto Botanico di Palermo
- Giardini Villa Pergola| terrimago
Quest’anno i Giardini di Villa della Pergola sono ufficialmente Il parco più bello d’Italia, vincendo il premio tra più di mille parchi privati, ed effettivamente è di impareggiabile bellezza: qui si alterano glicini di ogni forma e colore, fiori e alberi provenienti da ogni parte del mondo, su un panorama che sovrasta l’intero Golfo di Alassio. LIGURIA I GIARDINI DI VILLA PERGOLA RACCONTI DAL MONDO Fotografie Cristina Archinto Testo Carla De Agostini Q uest’anno i Giardini di Villa della Pergola sono ufficialmente Il parco più bello d’Italia, vincendo il premio tra più di mille parchi privati, ed effettivamente è di impareggiabile bellezza: qui si alterano glicini di ogni forma e colore, fiori e alberi provenienti da ogni parte del mondo, su un panorama che sovrasta l’intero Golfo di Alassio. Una delle terrazze V illa Pergola è un raro esempio di parco anglo-mediterraneo. Nasce nella seconda metà degli anni Settanta dell’Ottocento dal gusto del Generale Montagu McMurdo e di sua moglie Lady Susan Sarah Napier, che, innamoratisi del luogo, scelgono di mantenere i terrazzamenti classici liguri del precedente podere agricolo aggiungendo palme e cipressi. Tra il 1900 e il 1903 il possedimento viene comprato da Walter Hamilton Dalrymple e nel 1922 da Daniel, figlio di Thomas Hambury, artefice dei noti Giardini Botanici Hanbury alla Mortola, poco distanti. A lui si devono le scenografiche pergole ricoperte di glicini e le molteplici cactacee esotiche, le agavi, gli aloe e gli eucalipti. Dopo un periodo di abbandono e degrado, i Giardini sono stati restaurati nel 2006 da Paolo Pejrone, insieme a Silvia Arnaud Ricci, a cui si deve la creazione della collezione botanica di glicini con 34 varietà e quella degli agapanti, oggi la più importante in Europa con quasi 500 specie diverse. La zona delle succulenti L a visita al giardino avviene accompagnati dai racconti di un’appassionata guida. Il percorso comincia con le succulente dove spicca la varietà di crestate e l’occhio è subito catturato dal “mostro”, ovvero il Trichocereus bridgesii monstruosus , la cui leggenda messicana racconta come basti anche solo guardarlo mentre si mangia qualcosa per subirne forti allucinazioni. Ci sono poi diverse agavi tra cui quella bianca e l’interessantissimo Myrtillocactus i cui frutti sono commestibili e simili ai mirtilli. La collezione di citrus C osteggiando uno dei glicini ultrasecolare più antichi si arriva al terrazzamento degli agrumi con più di 40 specie, da cui lo stesso ristorante della villa attinge per realizzare i suoi piatti. Qui ci si perde tra le forme più disparate di agrumi e aromi; accanto ai classici mandarini, aranci, limoni e cedri esistono varietà davvero particolari, dalla buccia bitorzoluta alle forme inaspettate che sembrano uscire da un libro di fiabe. Come la Mano di Buddha, Citrus medica var. sarcodactylus , un limone molto profumato e affascinante che appartiene alla famiglia dei cedri, nato da una malformazione genetica è privo di polpa e ogni spicchio si sviluppa e si definisce come unità a sé stante quasi fosse diviso dagli altri. In India è facile trovarlo ai piedi delle statue del Buddha nei templi come offerta votiva da parte dei fedeli come due mani giunte in preghiera da questo deriva il nome. C’è poi il Citrus tachibana giapponese uno dei due soli agrumi del Giappone. Inizialmente originario dalla Cina, il Tachibana subisce diverse mutazioni fino a diventare una cultivar di agrumi giapponese, geneticamente isolata dall’originario. Classificato ufficialmente come specie in via di estinzione dal Ministero dell’Ambiente di Tokyo, il Tachibana si trova nella singolare posizione di essere onnipresente nell’iconografia giapponese ma al contempo sconosciuto dai giapponesi contemporanei per la sua rarità. La maggior parte delle persone lo incontra infatti quotidianamente, inciso sulle monete da 500 yen ma non l’ha mai visto dal vero. Storicamente fiore sacro e rispettato, nel periodo Heian (794-1185), le donne aristocratiche si profumavano infilando sacchetti di fiori di Tachibana nelle maniche del kimono o infilando i frutti in cordicelle per indossarli come braccialetti. Il viale dei cipressi L a passeggiata continua sul viale verde di agapanti che porta alla zona più romantica del giardino dove, all’ombra ristoratrice di palme e strelitzie giganti dai fiori bianchi, si trova la fontana delle ninfee, circondata da putti ricoperti da Ficus repens disegnati da Sir Dalrymple. Lungo il terrazzamento più in alto inizia il viale dei cipressi monumentali che incorniciano la vista panoramica, fino a raggiungere la macchia della cascatella dove si trovano un laghetto roccioso e la preistorica Wollemia nobilis , una conifera rarissima riscoperta in Australia nel 1994 dalla guardia forestale David Noble, ad oggi esitono pochissimi esemplari, principalmente in orti botanici. Putti ricoperti di ficus repens Pergolato di glicine bianco e blu Il boschetto alterna mirti comuni e alcuni mirti secolari portati dalla Sicilia, e approdati scenograficamente in elicottero sotto la direzione di Paolo Pejrone stesso. Alla fine di questo itinerario si incontrano le delicate "bluebell" australiane, utilizzate in fitoterapia come rimedio “per aprire le porte del cuore, a quanti vivono con sofferenza la propria sfera sentimentale”. Sotto il terrazzamento del villino si trovano infine le vasche di loto. A ricordare i legami con l’oriente degli Hanbury c’è la statua di un dragone, simile a quella dei Giardini Botanici di Hanbury, incarnazione dello spirito elementare dell’acqua, a protezione della pioggia e a tutela dalla siccità. Ai lati del villino, a ridosso dei muri, sono stati piantati glicini ibridi a doppia fioritura, Violacea plena , che arricchiscono il pergolato di un color viola intenso con sfumature porpora. Il percorso si conclude con una scala di marmo circondata da grandi foglie di Farfugium japinicum e un pergolato di glicine in fiore a far ombra, con scorci mozzafiato sul golfo. GLICINE I tedeschi la chiamano blauregen “pioggia blu”, i cinesi zi teng “vite blu” e in italiano, invece, il suo nome deriva dal greco glikis che significa “dolce”, dovuto alla profumazione dei suoi fiori. Il suo attuale nome scientifico è merito del Capitano Welbank che nel 1816, non sapendo che Carl Linneo nel 1724 l’aveva già classificata come Glycine , porta la pianta in Europa battezzandola Wistaria in onore del Professore Caspar Wistar, ma durante la sua diffusione nei paesi anglofoni viene storpiato diventando Wisteria . Le sue proprietà di rapido accrescimento e la tendenza ad espandersi velocemente hanno fatto sì che nella Sierra Madre in California ci sia un esemplare da Guinness dei Primati: al massimo della sua fioritura, il glicine conta fino a 1.5 milioni di boccioli, per un peso totale di 250 tonnellate! La crescita a spirale sia in senso orario o che antiorario dei fiori in grappoli viene associata alla coscienza umana che da un fulcro vitale interiore si espande verso l’esterno nel tentativo di influenzare il mondo intorno a sé. GALLERY Foto ©CRISTINA ARCHINTO LINK Sito ufficiale Altri GIARDINI e PARCHI I giardini di Villa Melzi I giardini di Villa Melzi Parco giardini di Sicurtà Parco giardini di Sicurtà Gairdino di Villa Lante Villa Lante parco del Flauto Magico Parco Flauto Magico Bomarzo Parco Villa la Grange Labirinto della Masone Giardino di Kenroku-en
- Orto botanico di Meise | Terrimago
L'orto botanico di Meise, uno dei più vasto d'Europa, ha un acollezione di altre 2500 esemplari di rodedendri e azalee, una notevole serra d'inverso e boschi con alberi secolari. Bruxelles L'Orto Bota nico di Meise Fotografie e testo di Cristina Archinto Una parte del bosco con un tappeto di Allium ursinum All’Orto Botanico di Meise, anche conosciuto come Jardin botanique Meise che si trova a circa 10 km a nord-ovest di Bruxelles, in Belgio, si cammina, si cammina e si cammina ancora! Attualmente è l’orto botanico più vasto del mondo e a fine giornata tutti quei chilometri si sentono ma ne sono valsi la pena. La sua storia è piuttosto antica, inizia nel 1796 quando il governo austriaco decise di creare un giardino botanico presso il castello di Bouchout, a Meise. L'obiettivo principale del giardino era quello di coltivare piante medicinali e alimentari. Nel corso dei secoli successivi, il giardino botanico si sviluppò notevolmente, anche grazie alla collaborazione con l’università di Lovanio, fino a diventare l'Orto Botanico Nazionale del Belgio. Oggi si estende su un'area di 92 ettari e ospita oltre 18.000 specie di piante provenienti da tutto il mondo, molte delle quali sono conservate nelle serre del giardino. Inoltre, il giardino svolge importanti attività di ricerca e conservazione della biodiversità, lavorando in collaborazione con altre istituzioni botaniche in tutto il mondo. Rododendron Fortunei e Rododendron Gladis rose Inoltrandosi nel bosco il primo incanto si ha davanti alla vastissima collezione di azalee e rododendri situata all’ombra di esemplari secolari di alberi. Una collezione di origini antiche e una delle più importanti d'Europa che comprende molte specie rare e in via di estinzione provenienti da tutto il mondo. La prima azalea fu piantata all'Orto Botanico nel 1796, ma la vera espansione della collezione avvenne sotto la direzione di Édouard Morren, dal 1869 al 1892, il quale fece molte spedizioni botaniche in Asia, Africa e America, dove raccolse numerose piante di azalee e rododendri. Inoltre, Morren fu un pioniere nella creazione di ibridi di azalee, ottenendo risultati che gli valsero numerosi premi in fiere botaniche internazionali. Oggi questa collezione comprende oltre 2.500 specie e varietà di azalee e rododendri. Durante la fioritura, che solitamente avviene tra aprile e maggio, si ha questa esplosione di colori in varie tonalità di rosa, rosso, viola e bianco. Una vera esperienza visiva. L'Orto Botanico inoltre organizza ogni anno un festival delle azalee, con visite guidate, conferenze e altre attività incentrate sulle azalee e i rododendri. Azalee e rododendri Il nome scientifico del genere delle azalee, Rhododendron, è stato dato solo nel 1753 dal botanico svedese Carl Linnaeus, che ha classificato le piante in dettaglio nel suo "Species Plantarum". Il nome "azalea" invece, deriva dal greco "azaleos", che significa "asciutto", e si riferisce alla capacità delle piante di tollerare terreni asciutti. Le azalee e i rododendri anche se sono piante appartenenti alla stessa famiglia botanica, quella delle Ericaceae, hanno molte differenze tra loro quali la fioritura: le azalee hanno fiori a forma di imbuto con cinque lobi, mentre i rododendri hanno fiori a forma di campana con dieci lobi. Per quanto riguarda le foglie quelle delle azalee sono generalmente più piccole e sottili rispetto a quelle dei rododendri. Inoltre, le foglie delle azalee tendono ad essere più morbide e leggere. Anche gli habitat naturale sono diversi: quello delle azalee sono solitamente originarie di zone boschive delle regioni temperate e subtropicali dell'Asia, dell'Europa e dell'America del Nord, mentre i rododendri sono più comuni nelle regioni montane dell'Asia orientale, del nord America e dell'Europa. La differenza c’è anche nella dimensione; i rododendri tendono ad essere più grandi e ad avere una crescita più lenta rispetto alle azalee. La serra invernale L'Orto Botanico di Meise ospita anche una vasta collezione di alberi provenienti da tutto il mondo, molti dei quali di significativa rarità, bellezza o importanza culturale. Come la Sequoia gigante alberi originari della California che sono tra i più grandi alberi del mondo. Il Ginkgo biloba un albero antico che è stato descritto come un fossile vivente e ha una lunga storia di uso medicinale. Il Cedro dell'Atlante un albero originario del Nord Africa che è noto per la sua resistenza alla siccità e alla degradazione ambientale. E il Pino di Wollemi un albero che è stato scoperto solo nel 1994 e si credeva estinto da oltre 90 milioni di anni. Oche egiziane L’attuale serra, nota anche come "serra invernale", fu costruita tra il 1952 e il 1958. Struttura innovativa e doveva rimpiazzare la vecchia serra distrutta dalla guerra, con un sistema di riscaldamento basato sull'energia geotermica e un sistema di ventilazione naturale che permetteva il controllo dell'umidità all'interno della serra. La serra invernale oggi ospita una vasta collezione di piante tropicali e subtropicali, tra cui molte specie rare e in via di estinzione, tra cui molte specie di Araceae, come il Colocasia gigantea. Oltre alla serra invernale, l'Orto Botanico di Meise ospita anche altre serre specializzate, tra cui serre per le piante carnivore, le orchidee e le palme. Passeggiando per il vasto orto si può giungere anche a un lago artificiale, un'importante zona di riproduzione e di sosta per numerose specie di uccelli migratori come le oche egiziane (Alopochen aegyptica), originaria dell'Africa subsahariana. Quest’oca è un uccello di grandi dimensioni, ha un'apertura alare fino a un metro e mezzo. Ha una caratteristica testa e collo neri, un piumaggio marrone-grigiastro sul corpo e una coda bianca e vive felicemente in grandi gruppi spesso vicino all’acqua dolce come qua, e sono bellissime da osservare. GALLERY Fotografie ©CRISTINA ARCHINTO Info: Sito ufficiale Altri GIARDINI e PARCHI Giardino di Villandry Giardini di Villandry Giardini Botanici di Villa Taranto Giardini Botanici di Villa Taranto I giardini di Villa Melzi I giardini di Villa Melzi Parco giardini di Sicurtà Parco giardini di Sicurtà Gairdino di Villa Lante Villa Lante parco del Flauto Magico Parco Flauto Magico Bomarzo Parco Villa la Grange
- Il prato di Villa Pisani | terrimago
Nel grandissimo prato di Villa Pisani la proprietaria Mariella Bolognesi Scalabrin dieci anni fa ha deciso di creare un quadro impressionista con più di cento mila tulipani e fiori spontanei primaverili in onore della storia e delle emozioni condivise e vissute dalla precedente proprietaria Contessa Evelina van Millingen Pisani. BOTANICA VILLA PISANI UN PRATO IMPRESSIONISTA Fotografie Cristina Archinto Testo Carla De Agostini N el grandissimo prato di Villa Pisani a Vescovana la proprietaria Mariella Bolognesi Scalabrin dieci anni fa ha deciso di creare un quadro impressionista con più di cento mila tulipani e fiori spontanei primaverili in onore della storia e delle emozioni condivise e vissute dalla precedente proprietaria Contessa Evelina van Millingen Pisani. Ogni anno per mantenere questa meravigliosa opera Mariella Scalabrin pianta quarantamila nuovi bulbi, che poggia e ricopre di terra con le sue stesse mani. Tutti in posizioni studiate, l'intenzione è di accostare la superba raffinatezza del tulipano alla bellezza umile del fiore spontaneo primaverile. Questo lavoro viene minuziosamente pensato ogni anno, la scelta dei bulbi è in relazione all’altezza e alla diversa fioritura dei fiori spontanei, come il tarassaco, il ranuncolo o l’iris, sceglie il colore del tulipano, e alterna fioriture precoci, medie o tardive, in modo che il prato rimanga colorato e omogeneo fino alla fioritura degli ultimi soffioni. Tulipani e fiori spontanei si relazionano coi tempi e le dimensioni, e Mariella Scalabrin segue tutto personalmente: “scegliendo dal catalogo puoi formare un quadro”, ci ha raccontato. E ci riesce perfettamente: due ettari di prato con sentieri che permettono di ammirare da vicino isole di colori mai banali, e gradazioni sempre accuratamente studiate. Nessun calice di tulipano ha un solo colore, ma gioca sulle striature, sulle qualità dei gialli, le nuances di bianchi, le screziature rosse o arancioni, o ancora le sfumature rosa o viola. La visione variopinta dei tulipani da più di 90 colori concede emozioni inaspettate e racconta la magia di un prato coltivato a mano con l'amore e il duro lavoro di una proprietaria sempre attenta, senza la rigidità di una macchina che impone il proprio disegno sul terreno. Mariella Scalabrin è molto legata alla Villa e alla storia affascinante di Evelina Pisani, e ogni volta che accoglie un visitatore nel suo giardino non perde occasione per parlarne e diffondere l’amore e il rispetto per i fiori che questo luogo racchiude e valorizza ad ogni fioritura. GALLERY Foto ©CRISTINA ARCHINTO Info: Sito ufficiale Altri AMBIENTi E BOTANICA Papaveri e api Vie cave opuntia fiorita Opuntia Alberi Caño Cristales Palmeti Palmeti Caldara di Manziana Terra scoscesa
- Workshop fotografie giardini e piante | terrimago
WORKSHOP FOTOGRAFIA GIARDINI & PIANTE a cura di Cristina Archinto Osserva, elabora, scatta. I workshop di Cristina Archinto si svolgono esclusivamente in giardini, parchi o orti botanici, di tutta Italia, per apprendere ad osservare veramente “dal vivo”. Qui grazie ai suoi consigli arricchirete le vostre conoscenze fotografiche, e riuscirete a rendere i vostri scatti dei “racconti” che lasciano il segno. Terrimago fotografare WORKSHOP FOTOGRAFIA GIARDINI & PIANTE a cura di Cristina Archinto Osserva, elabora, scatta Passeggiare per un bel giardino, immergersi nella natura e godersi un bel fiore spesso non ha eguali e oramai, visto che abbiamo bisogno di tenere registro di tutte le nostre emozioni con delle fotografie, scattare è diventato il nostro mantra quotidiano. Certo oggigiorno la tecnologia ci aiuta ed è sicuramente diventata fondamentale ma spesso non basta, anzi, a differenza di quello che si pensa, spesso porta a delusioni e a maggior quantità di pixel da guardare, gestire e archiviare. L’equazione più scatti uguale più probabilità di avere una bella foto raramente e giusta. Per migliorare i propri scatti bisogna affrontare la questione a monte e imparare ad osservare ed esplorare con concentrazione e trasporto, ci vuole allenamento e di giusta prospettiva. Nell’ambito della natura, osservarla e raccontarla è meno facile di quello che si pensi. Un giardino è la somma di più parti e quindi non basta fotografare un bel fiore o un bell’albero per raccontare la sua anima. Ogni fotografia è un racconto, un racconto ogni volta diverso, che può essere breve o lungo, descrittivo o minimalista, ma è solo avendo a fuoco ciò che vogliamo narrare che saremo soddisfatti dei nostri scatti. Trovato il soggetto, a quel punto bisogna utilizzare la tecnica e i trucchi per esprimere il proprio racconto in una fotografia che parli da sola e che si avvicini più possibile alla realtà soggettiva. I workshop di Cristina Archinto si svolgono esclusivamente in giardini, parchi o orti botanici, di tutta Italia, per apprendere ad osservare veramente “dal vivo”. Qui grazie ai suoi consigli arricchirete le vostre conoscenze fotografiche, e riuscirete a rendere i vostri scatti dei “racconti” che lasciano il segno. Svolgimento dei workshop Introduzione Impariamo a guardare Lavoro pratico Lavoro teorico Tecniche e consigli sulla fotografia nell’ambito delle piante e giardini Lavoro sul campo A fine giornata Cristina farà, con chi lo desidera, un lavoro di lettura e analisi di alcuni scatti scelti realizzati nella giornata. Questo workshop è adatto a tutti, (sono ammessi anche ragazzi sopra i 12 anni accompagnati) Si può partecipare sia con macchine fotografica reflex che con uno smartphone (sarebbe opportuno che avesse l’opzione scatto manuale) Prenotazione obbligatoria. Massimo 10 partecipanti. Il costo è di 110€ a persona, 100 per gruppi di almeno 3 persone. Una giornata passata a parlare di fotografia ma soprattutto di immagini e di racconti. Calendario 2023
- Villa Marlia e le camelie | Terrimago
Camelie LUCCA La Villa Reale di Marlia e le sue Camelie Fotografie e testo di Cris tina Archinto Camelia japonica "Bellina Major"" Villa Marlia , un'incantevole dimora rinascimentale sita nelle vicinanze di Lucca, rappresenta uno dei tesori della regione. La sua bellezza è sublimata dal celebre Viale della Camelie, dove il visitatore viene rapito dalla visione di oltre quaranta varietà di Camellia japonica, che con i loro fiori eleganti e vistosi, declinati in varie tonalità di rosso, rosa, bianco e rosa, si stagliano tra grandi cespugli dalle foglie verdi lucide. Il leggero susseguirsi del ruscello, che trasporta i petali caduti verso valle, crea una piacevole sensazione di freschezza e di una certa atmosfera orientale, in grado di stregare i sensi del visitatore. La camelia è un fiore originario dell'Asia orientale, principalmente della C ina e successivamente del Giappone. Le prime menzioni ritrovate sulle camelie risalgono alla Cina del terzo secolo a.C., dove il poeta Hsu Fu scrisse di un fiore meraviglioso che cresceva nella provincia di Hunan. Successivamente la sua coltivazione venne introdotta in Giappone dove diventò particolarmente popolare tra la nobiltà per la sua bellezza e la sua importanza simbolica. Durante il periodo Edo (1603-1868), le camelie furono coltivate in giardini privati e pubblici in tutto il Giappone anche per la loro varietà di colori. Camelia japonica "Francesca da Rimini" In occidente le camelie furono scoperte nel XVIII secolo dal missionario gesuita francese Georg Joseph Kamel, che viveva nelle Filippine. Kamel scoprì la pianta e la descrisse nel suo lavoro "Herbarium Amboinense" del 1704. Tuttavia, la diffusione vera e propria delle camelie in Europa e la loro popolarità come pianta ornamentale è da attribuite agli olandesi dal 1739. In passato il grande innovatore della poesia giapponese e padre del genere haiku, Matsuo Basho (1644-1694), ispirandosi alla natura e ai paesaggi che incontrava girando per il Giappone un giorno scrisse, "La camelia, dolce, solitaria e senza pretese, più che qualsiasi altra pianta, mi ricorda la bellezza umana." Oggi non sono certa che la penserebbe allo stesso modo per quanto riguarda l’umanità, ma la bellezza della Camelia non è di certo appassita nel tempo. La Villa Reale di Marlia offre anche una lunga storia piena di personaggi. Nata come un fortilizio per il Duca di Tuscia diventò col tempo un palazzo signorile passando da una famiglia all’altra fino al 1651 quando venne acquistata da Olivieri e Lelio Orsetti. I nuovi proprietari innamorati del luogo avviarono notevoli ampliamenti e abbellimenti concentrandosi anche sul giardino con l’aiuto del celebre architetto paesaggista francese Jean-Baptiste Dye con nuove sistemazioni di viali e giardini scenografici dal gusto decisamente barocco. Nel 1806 fu la volta di Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella di Napoleone e allora principessa di Lucca, che acquistò la proprietà. Il legame della Principessa con la Villa Reale di Marlia fu particolarmente appassionato e a lei infatti si devono i maggiori interventi che trasformarono nuovamente la struttura del palazzo ed i suoi giardini. Il modello che adottato fu quello della Malmaison, la residenza privata di Napoleone e Josephine vicino a Parigi, una dimora caratterizza per l'armoniosa fusione tra la sobrietà del classicismo e la raffinata eleganza del periodo imperiale, inoltre fece parzialmente ridisegnare il Parco secondo la moda dell’epoca con Giardino all’inglese: un caso raro a quel tempo in Italia. Dopo la caduta di Napoleone, Elisa dovette lasciare il suo regno nel 1814, e la Villa Reale passò ai Borboni che ne fecero la loro residenza estiva, diventando protagonista di splendide feste da ballo, con ospiti illustri tra principi e sovrani. Arrivato il declino dei Borboni nel 1861 la villa fu abbandonata al suo triste destino, i beni furono confiscati e messi all’asta e molti alberi secolari del Parco abbattuti per produrre legname, fino all’arrivo nel 1923 del Conte e la Contessa Pecci-Blunt che acquistarono la villa lucchese e l’anno successivo commissionarono a Jacques Greber (1882-1962) architetto, urbanista e paesaggista francese, il restauro del Parco e dei giardini, con l’intento di unire tradizione e innovazione. Vennero creati boschi, ruscelli, elementi bucolici che andarono a completare e arricchire il quadro romantico dei giardini ma soprattutto costruì il lago elemento tutt’ora molto importante all’interno dell’ecosistema del parco. Dal 2015 è di proprietà di Henric e Marina Grönberg, un imprenditore e una designer svedesi, che hanno acquistato una proprietà molto trascurata e in disuso con l'obiettivo di restaurare e preservarne il patrimonio storico-artistico e di aprirla al pubblico. Il loro lavoro duro lavoro di restauro ha permesso di recuperare l'aspetto originale della villa e il risanamento del parco, il tutto messo a dura prova da una terribile tempesta di vento avvenuta pochi mesi dopo l’inizio dei lavori che ha abbattuto molti alberi secolari. Oggi il risultato dei loro sforzi si vede e la villa col suo parco merita sicuramente una visita. La facciata della Villa Reale Presenti nel parco nella zona del lago si trovano due esemplari di salici piangenti, posizionati quasi fossero due quinte alla lontana villa, che in questa stagione si tingono di quel verde chiaro delicato per via delle nuove foglioline. Il salice piangente (Salix babylonica) è un albero originario della Cina e presente in diverse parti del mondo. Presente da sempre nei parchi e nei giardini, spesso viene piantato vicino ai corsi d'acqua perché le sue radici sono in grado di trattenere il suolo e prevenire l'erosione. Il nome "piangente" deriva dalla caratteristica dei suoi rami sottili e flessibili che possono pendere fino a toccare il terreno dando l'impressione che l'albero stia effettivamente piangendo oppure come suggeriva Lewis Carroll in Alice nel Paese delle Meraviglie "Era un prato di erba alta e di fiori, con un corso d'acqua che scorreva vicino, e su cui pendeva un grande salice piangente che sembrava abbassarsi per ascoltare." Due esemplari di Salice piangente (Salix babylonica) GALLERY Fotografie ©CRISTINA ARCHINTO Info: Sito ufficiale Altri GIARDINI e PARCHI Giardino di Villandry Giardini di Villandry Giardini Botanici di Villa Taranto Giardini Botanici di Villa Taranto I giardini di Villa Melzi I giardini di Villa Melzi Parco giardini di Sicurtà Parco giardini di Sicurtà Gairdino di Villa Lante Villa Lante parco del Flauto Magico Parco Flauto Magico Bomarzo Parco Villa la Grange
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Villa d’Este a Tivoli è indubbiamente uno dei giardini più famosi e visitati d'Italia. Di epoca rinascimentale, figura nella lista dei patrimoni mondiali UNESCO ed è caratterizzato da una notevole concentrazione di fontane, ninfei, grotte, giochi d’acqua e musiche idrauliche. LAZIO TIVOLI Villa d'Este Villa d’Este, capolavoro del giardino italiano e inserita nella lista UNESCO del patrimonio mondiale, con l’impressionante concentrazione di fontane, ninfei, grotte, giochi d’acqua e musiche idrauliche costituisce un modello più volte emulato nei giardini europei del manierismo e del barocco. Il giardino va per di più considerato nello straordinario contesto paesaggistico, artistico e storico di Tivoli, che presenta sia i resti prestigiosi di ville antiche come Villa Adriana, sia un territorio ricco di forre , caverne e cascate, simbolo di una guerra millenaria tra pietra e acque. Le imponenti costruzioni e le terrazze sopra terrazze fanno pensare ai Giardini pensili di Babilonia, una delle meraviglie del mondo antico, mentre l’adduzione delle acque, con un acquedotto e un traforo sotto la città, rievoca la sapienza ingegneristica dei romani. Il cardinale Ippolito II d’Este, dopo le delusioni per la mancata elezione pontificia, fece rivivere qui i fasti delle corti di Ferrara, Roma e Fointanebleau e rinascere la magnificenza di Villa Adriana. Governatore di Tivoli dal 1550, carezzò subito l’idea di realizzare un giardino nel pendio dirupato della “Valle gaudente”, ma soltanto dopo il 1560 si chiarì il programma architettonico della Villa, ideato dal pittore archeologo architetto Pirro Ligorio e realizzato dall’architetto di corte Alberto Galvani. La sistemazione fu quasi completata alla morte del cardinale (1572). Dal 1605 il cardinale Alessandro d'Este diede avvio ad un nuovo programma di interventi per il restauro e la riparazione dei danni alla vegetazione e agli impianti idraulici, ma anche per creare una serie di innovazioni all'assetto del giardino e alla decorazione delle fontane. Altri lavori furono eseguiti negli anni 1660 - 70, quando fu coinvolto lo stesso Gianlorenzo Bernini. Nel XVIII secolo la mancata manutenzione provocò la decadenza del complesso, che si aggravò con il passaggio di proprietà alla Casa d'Asburgo. Il giardino fu pian piano abbandonato, i giochi idraulici, non più utilizzati, andarono in rovina e la collezione di statue antiche, risalente all'epoca del Cardinal Ippolito, fu smembrata e trasferita altrove. Questo stato di degrado proseguì ininterrotto fino alla metà del XIX secolo, quando il cardinale Gustav Adolf von Hohenlohe, ottenuta in enfiteusi la villa dai duchi di Modena nel 1851, avviò una serie di lavori per sottrarre il complesso alla rovina. La villa ricominciò così ad essere punto di riferimento culturale, e il cardinale ospitò spesso, tra il 1867 e il 1882, il musicista Franz Liszt (1811 - 1886), che proprio qui compose Giochi d'acqua a Villa d'Este, per pianoforte, e tenne, nel 1879, uno dei suoi ultimi concerti. Allo scoppio della prima guerra mondiale la villa entrò a far parte delle proprietà dello Stato Italiano, fu aperta al pubblico e interamente restaurata negli anni 1920-30. Un altro radicale restauro fu eseguito, subito dopo la seconda guerra mondiale, per riparare i danni provocati dal bombardamento del 1944. A causa delle condizioni ambientali particolarmente sfavorevoli, i restauri si sono da allora susseguiti quasi ininterrottamente nell’ultimo ventennio (fra questi va segnalato almeno il recente ripristino delle Fontane dell’Organo e del “Canto degli Uccelli”). Gallery 1/1 Foto ©CRISTINA ARCHINTO Info: www.villadestetivoli.info Altri GIARDINI e PARCHI Parco del Paterno del Toscano Villa Lante Labirinto della Masone Giardino dell'impossibile Giardino di Ninfa Villa Pizzo Castello di Masino Parchi di Parigi
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