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- Villa Pizzo | terrimago
La storica e nobile Villa Pizzo, situata nel golfo di Cernobbio, affaccia sul lago di Como. È circondata da un giardino su terrazzamenti caratterizzato da un celebre Viale dei Cipressi, fontane barocche e fiori profumati che la rendono la location perfetta per matrimoni e ricevimenti. LOMBARDIA VILLA PIZZO DI ALESSANDRA VALENTINELLI Villa Pizzo, che prospetta sul lago di Como con una lunga serie di terrazzamenti, sembra una logica prosecuzione di Villa d'Este, ma il suo territorio appare quasi intagliato nella montagna. Nelle aree più vicine agli edifici principali, il giardino si sviluppa con geometrici vialetti allungati fra aiuole, siepi potate in arte topiaria e fontane barocche, sfociando poi nel celeberrimo e lungo Viale di Cipressi che connota la villa anche dal lago. Verso Moltrasio, il giardino si fa sempre più ricco e dotato di specie arboree ad alto fusto, intersecato da un sistema di vialetti e sentieri minori, ai cui margini vi sono una grotta d'acqua, vasche, corsi d'acqua e la “Fontana di Alessandro Volta”, inserita tra le false rovine di un tempietto classico. Villa Pizzo è una delle più antiche dimore del lago di Como. Essa prende il suo nome dallo sperone roccioso su cui sorge: Piz in dialetto comasco significa proprio punta o sporgenza. A metà strada tra Moltrasio e Cernobbio, Villa Pizzo e tutti gli edifici ad essa annessi sono pienamente visibili solo dal lago. I terreni per la costruzione della villa furono acquistati nel XV secolo dalla famiglia Mugiasca, che custodì gelosamente Il Pizzo per oltre quattrocento anni. Tra i momenti cruciali della proprietà dei Mugiasca, si ricorda la peste del 1629, di manzoniana memoria, che vide il Pizzo divenire rifugio di molti uomini e donne in fuga dalle città infettata. Fu in quest’occasione che, sfruttando la manodopera dei tanti presenti, vennero eseguiti i terrazzamenti su cui oggi si estende il grande parco di Villa Pizzo. Tra gli illustri personaggi che durante la proprietà Mugiasca frequentarono la Villa vi fu anche il noto scienziato Alessandro Volta, ricordato da un monumento che i proprietari fecero costruire in seguito alla morte avvenuta nel 1827. Si tratta del primissimo monumento storico dedicato a Volta. Quando i Mugiasca si estinsero, fu Ranieri d’Asburgo, viceré del Lombardo-Veneto, ad acquistare la proprietà. Egli trovò al Pizzo l’ideale luogo di sosta e rifugio dalle complesse vicende politiche dell’epoca. Al Pizzo il viceré Ranieri non arrivò solo, ma accompagnato dal noto architetto paesaggistico Villoresi, già progettista della Villa Reale di Monza, che diede un assetto unico e definitivo al grande parco intorno alla Villa. In seguito alle turbolenti vicende politiche di fine Ottocento che si concretizzarono nei Moti del 48, il viceré lasciò la Villa che venne acquistata dall’affascinante madame parigina Elise Musard, che diede un riconoscibilissimo tocco femminile alla Villa tingendola di rosa, così come è rimasta sino ad oggi. Quando Madame Musard lasciò tragicamente la Villa, la famiglia Volpi-Bassani la acquistò e la visse rispettando le scelte architettoniche e stilistiche del passato e aggiungendo degli elementi di grande pregio che ancora oggi si possono ammirare nel parco come il Mausoleo di famiglia, costruito da noto architetto Luca Beltrami e la grande darsena, che si affaccia sul lago regalando una meravigliosa veduta panoramica. L’architettura semplice e geometrica della Villa, con la sobrietà dei suoi decori che ben si intersecano con l’irregolarità e la varietà di forme, colori e stili dei giardini, uniti all’unicità della storia e delle vicende che in Villa Pizzo si susseguirono nel corso dei secoli, fanno del Pizzo un luogo unico sul lago di Como. Gallery Foto ©CRISTINA ARCHINTO Links VILLA PIZZO Altri GIARDINI e PARCHI Giardini Villa la Pergola Villa Lante Labirinto della Masone Giardino di Kenroku-en Giardino dell'impossibile Giardino di Ninfa Castello di Masino Parchi di Parigi
- Papaveri e api | terrimago
è per attirare le api che il colore brillante dei petali è diventato un'importante variabile di adattamento. Il papavero ha sviluppato strategie tra le più affascinanti e inaspettate perché le api non percepiscono il colore rosso sgargiante visibile all’occhio umano ma sono attratte dall’ultravioletto. BOTANICA PAPAVERI E API Perché le api non impollinano i fiori rossi tranne i papaveri? di CARLA DE AGOSTINI L a storia dell’evoluzione è una storia di relazioni tra le specie, oltre che tra le specie e l’ambiente. Quando annusiamo un fiore, per esempio, in realtà sentiamo un messaggio rivolto agli insetti, un richiamo per avvertirli che c’è del nettare che li aspetta in cambio del trasporto del polline. E così vale anche per la scelta dei colori. I fiori come li conosciamo noi sono relativamente recenti. Le Angiosperme, ossia le piante che hanno fiori e frutti da seme, sono apparse tra i 135 e i 140 milioni di anni fa e all’inizio non erano così colorate: i fossili suggeriscono che fossero strutture semplici, dall’aspetto opaco, senza molto pigmento, giallo pallido o al massimo verde. Oggi fatta eccezione per felci, conifere, cicadi e muschi la maggioranza delle comunità vegetali appartiene alle Angiosperme. Piano piano, con la comparsa dei fiori si assiste anche alla nascita dei colori vivaci odierni, un meccanismo sempre più sofisticato per favorire l’impollinazione non solo mediante il vento o l'acqua ma richiamando insetti. Molti fiori si sono così evoluti per adattarsi alle esigenze e alle capacità delle api. Al loro lavoro si deve l'80% dell'impollinazione, senza tale attività non ci sarebbero nemmeno mele, mirtilli, ciliegie, avocado, cetrioli, mandorle, cipolle, pompelmi, arance, zucche e tanto altro. Ed è per attirare le api che il colore brillante dei petali è diventato un'importante variabile di adattamento. Il papavero ha sviluppato strategie tra le più affascinanti e inaspettate perché le api non percepiscono il colore rosso sgargiante visibile all’occhio umano ma sono attratte dall’ultravioletto. L’uomo percepisce il colore grazie al pigmento dell'oggetto e alla parte di luce che questo riflette. Nelle api il campo visivo è invece un mosaico di coni che gli consentono di riconoscere una gamma di colori diversa, aiutano l'insetto a rimanere in equilibrio durante il volo e a individuare precisamente ogni fiore intorno a sé anche a grandi velocità. La gradazione rossa non è percepibile all’occhio dell’ape, e le ricerche hanno dimostrato che distingue solo quattro colori: il giallo (arancio, verde giallastro), il verde bluastro, il blu e l’ultravioletto. Perciò i fiori che ai nostri occhi sono rosso vivo, come la Violaciocca rossa o i Garofani della Cina, non vengono fecondati dalle api, ma dalle farfalle diurne. Mentre fiori come l’erica, il rododendro, il ciclamino o il trifoglio hanno una tonalità porpora che le api recepiscono come colore blu, o un colore bianco percepito come verde bluastro. Il papavero, tuttavia, è uno dei pochi fiori rossi che più attrae le api. Questo perché nei suoi petali le cellule pigmentate si dispongono in modo da creare degli spazi pieni d’aria dove la luce viene dispersa consentendo ai raggi UV di essere riflessi, e di far percepire la gamma ultravioletto all’ape che quindi vi si posa e lo feconda. Tale strategia evolutiva conferma lo stretto legame tra un fiore e il suo impollinatore. Si crede infatti che i papaveri europei abbiamo adattato la propria capacità di segnalare l’ultravioletto man mano che colonizzavano le regioni del nord, così oggi in Europa i papaveri sono impollinati dalle api, che vedono bene le radiazioni ultraviolette, mentre in Medio Oriente lo sono dai coleotteri, che vedono perfettamente il rosso. Negli anni l’interesse per le api impollinatrici è aumentato con quello per la ricchezza e la diversità del mondo naturale, è la cosiddetta biodiversità la cui perdita è motivo di crescente preoccupazione. È infatti la varietà degli organismi a permettere agli ecosistemi di resistere alle perturbazioni dell’ambiente o del clima, mentre la diversità genetica che si ottiene con l’impollinazione incrociata tra diverse specie garantisce una maggiore e più vitale quantità di semi. Oggi la moria delle api è causata soprattutto dalle monocolture, che limitano la scelta degli impollinatori, e dall’abuso dei pesticidi che uccidono gli insetti o, nel migliore dei casi, ne alterano le capacità. I benefici che l’impollinazione invece regala alla società sono fondamentali per la vita e non dovrebbero assolutamente essere sottovalutati. Per fortuna oggigiorno nella società e nell’individuo l’interesse a questi processi sta via via crescendo e questo porterà, si spera, a salvare gli impollinatori ed a godere di prati sempre più colorati. GALLERY Foto ©CRISTINA ARCHINTO Altri AMBIENTi E BOTANICA Vie cave opuntia fiorita Opuntia Alberi Caño Cristales Palmeti Palmeti Caldara di Manziana Terra scoscesa Tevere
- Villa Lante | terrimago
I giardini di Villa Lante in provincia di Viterbo sono caratterizzati dalla presenza di giochi d'acqua, cascate e fontane immersi nella natura. LAZIO VILLA LANTE DI EMANUELA GNECCO Villa Lante è un ecosistema, non un semplice giardino. Tra le dimore storiche ed i castelli del viterbese, rappresenta al meglio la moderna concezione del rapporto tra architettura e ambiente, tra artificio e natura, tra flora, sculture ed acqua. Lo racconta in proposito un affresco nella loggia della palazzina Gambara che mescola in modo armonico la geometria di vasche e viali, terrazzamenti e fonti con un antico scenario boschivo, frutteti ed aree coltivate a vigne. Per questo Villa Lante interpreta alla perfezione la fase manierista del Rinascimento italiano. Un luogo capace di stupire per il suo rigore e per la sua organizzazione razionale, per i dettagli e i simbolismi nel rispetto del naturale andamento paesaggistico. Qui l’acqua è la protagonista assoluta, incanalata attraverso un complesso sistema idraulico che, dai Monti Cimini, segue un percorso dapprima turbolento per poi scendere a salti come un torrente e placarsi definitivamente nel “parterre d’eau”. Villa Lante è situata nella cittadina di Bagnaia, a pochi chilometri da Viterbo, è sorta nel Cinquecento su un’antica riserva di caccia o “barco”. Furono due uomini di chiesa succeduti sul soglio vescovile della città, Gian Francesco Gambara prima e Alessandro Montalto poi, a dedicarsi alla costruzione di Villa Lante, uno dei più famosi esempi di giardino all’italiana nel mondo. Il cardinale Gambara – che aveva un gusto tutto moderno per il vivere all'aperto - si ritiene abbia chiamato uno dei massimi architetti dell’epoca, Jacopo Barozzi detto "Il Vignola", che progettò una coppia di edifici dalle linee essenziali in perfetto stile manieristico. Le due palazzine, perfettamente speculari, sono diversamente affrescate all’interno per celebrare simboli e devozioni dei due committenti ecclesiastici che qui vollero esaltare le loro virtù ed il proprio potere. Cent’anni dopo la villa passerà al duca Ippolito Lante della Rovere, da qua il nome, fino all’acquisizione nel 1970 da parte dallo stato. Fiore all’occhiello di Villa Lante sono i giardini che si estendono su un’area di 22 ettari, compreso il bosco di querce, aceri, carpini, allori e lecci. Il giardino formale, delimitato da un muro di cinta, coi suoi giochi d'acqua, cascate e i grottini sgocciolanti architettonicamente si ispira al Belvedere in Vaticano e per il suo uso dell’acqua a Villa d'Este a Tivoli, infatti sarà proprio il genio di Tommaso Ghinucci da Siena architetto ed ingegnere idraulico a realizzare anche questo sistema idrico. I sedici metri di dislivello sono suddivisi in tre piani distinti raccordati tra loro da fontane e scalinate, simbolicamente rappresenta il racconto della discesa dell'umanità dall'età dell'oro, come narrato da Ovidio nelle Metamorfosi. Le forme agili delle sculture in peperino, degli obelischi e delle colonne che decorano le magnifiche fontane sono presenti a simboleggiare i quattro elementi naturali: terra, aria, fuoco e acqua. Nel parterre inferiore la grande fontana “dei Mori” del Gianbologna che costituisce l’atto conclusivo del percorso simbolico: il trionfo della mente umana sulla natura rappresentato dall’acqua che riesce finalmente a trovare la sua staticità in forma geometrica. Emanuela Gnecco GALLERY Foto ©CRISTINA ARCHINTO LINK Sito ufficiale TREE WATCHING Altri GIARDINI e PARCHI Bomarzo Parco Villa la Grange Labirinto della Masone Giardino di Kenroku-en Giardino dell'impossibile Giardino di Ninfa Villa Pizzo
- L’operazione fotografica
Ugo MulasL’operazione fotografica L’operazione fotografica Ugo Mulas Gli occhi, questo magico punto di incontro fra noi e il mondo, non si trovano più a fare i conti con questo mondo, con la realtà, con la natura: vediamo sempre di più con gli occhi degli altri. Potrebbe essere anche un vantaggio ma non è così semplice. Di queste migliaia di occhi, pochi, pochissimi seguono un’operazione mentale autonoma, una propria ricerca, una propria visione. Ugo Mulas, La fotografia , 1973 La mostra Ugo Mulas. L’operazione fotografica , presentata alla stampa martedì 28 marzo 2023, in occasione dell’inaugurazione del nuovo centro Le Stanze della Fotografia, è realizzata in collaborazione con l’Archivio Mulas e curata da Denis Curti, direttore artistico del nuovo spazio, e Alberto Salvadori, direttore dell’Archivio. Il progetto coincide con i 50 anni dalla scomparsa dell’autore, avvenuta il 2 marzo 1973. 296 opere, tra cui 30 immagini mai esposte prima d’ora, fotografie vintage, documenti, libri, pubblicazioni, filmati offrono una sintesi in grado di restituire una rilettura complessiva dell'opera di Ugo Mulas (Pozzolengo, 1928 – Milano, 1973), fotografo trasversale a tutti i generi precostituiti, ripercorrendo l'intera sua produzione. Dal teatro alla moda, dai ritratti di amici e personaggi della letteratura, del cinema e dell’architettura ai paesaggi, dalle città alla Biennale di Venezia e ai protagonisti della scena artistica italiana e internazionale, in particolare della Pop Art, fino al nudo e ai gioielli. Per la prima volta vengono presentati al pubblico così tanti ritratti di artisti e intellettuali, molti dei quali mai esposti prima, come quelli di Alexander Calder, Christo, Carla Fracci, Dacia Maraini e Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Arnaldo Pomodoro, George Segal, per citarne alcuni. Le stanze della fotografia Venezia Venezia, VE, Italia 29 marzo 2023 / 6 agosto 2023 LINK
- Water Nursery | Terrimago
Il vivaio Water Nursery a Latina ospita una vasta collezione di piante acquatiche e palustri provenienti da ogni parte del mondo. Fra esemplari rari di ninfee, spettacolari iris e fiori di loto, il vivaio cura e valorizza tantissime specie botaniche. LAZIO LATINA Dove nascono le Ninfee Il vivaio Water Nursery non raccoglie solo una delle collezioni più vaste di piante palustri e acquatiche in Italia, ma è un progetto che racconta la storia di un territorio e a questo si intreccia traendone linfa vitale, trasformando condizioni ambientali complesse in creazioni botaniche di sorprendente bellezza. Dalla passione del titolare Davide La Salvia, nata fra gli acquitrini dell' Agro Pontino si è sviluppata, con la collaborazione del figlio Valerio, questa raccolta di oltre 1500 piante palustri e acquatiche provenienti da tutto il mondo. Se da un lato la coltivazione avviene a fini commerciali - il vivaio serve importanti giardini botanici Italiani - dall'altro la passione sottesa all'intero progetto fa di Water Nursery uno dei più preziosi ambiti di ricerca e sperimentazione in tema di piante acquatiche di tutta Europa. Al lavoro di catalogazione - la compilazione di un index plantarum delle specie presenti è fra le priorità - si affianca la collaborazione con università e giardini botanici. Fra le molte rarità l'autoctona Ninfea alba (ormai ridotta a pochi esemplari), specie meno comuni di iris come lo pseudocorus flore pleno , bastardi , donau , berlin tiger , variegato o gli spettacolari Iris della Louisiana , la Ninfea asiatica Euryale Ferox dalle enormi foglie spinose, la Victoria Cruziana con le tipiche foglie bordate e il grande fiore bianco, la Ninfea Lotus (la ninfea a fioritura notturna sacra agli egizi), o i fiori di loto come il Nelumbo Nucifera , il sacro loto degli orientali. GALLERY 1/3 Foto ©CRISTINA ARCHINTO Info: www.waternursery.it Altri ORTI botanici e vivai Orto Botanico di Ginevra Centro Botanico Moutan Orto Botanico di Palermo Roseto di Roma Chicago Batanical Garden Giardino Esotico Pallanca Parco Botanico Villa Rocca Giardino Botanico di Hanbury
- Tonalità
Ad Assisi, tra il silenzio e la bellezza di boschi, rami in fiore, radure e oliveti, sorge il Bosco di San Francesco. Un luogo suggestivo di pellegrinaggio ma anche di riflessione sulla pacifica coesistenza tra uomo e natura, ispirato agli insegnamenti di armonia di San Francesco. Ed è proprio qui che Michelangelo Pistoletto ha creato “Terzo Paradiso”, un’opera di Land Art con alberi di olivo. “I due cerchi esterni" scrive Pistoletto "rappresentano tutte le diversità e le antinomie, tra cui natura e artificio. Quello centrale è la compenetrazione fra i cerchi opposti e rappresenta il grembo generativo della nuova umanità”. Mantenere le stesse tonalità di colori in più fotografie è un elemento collante in un servizio Il bosco di San Francesco Tonalità Ad Assisi, tra il silenzio e la bellezza di boschi, rami in fiore, radure e oliveti, sorge il Bosco di San Francesco. Un luogo suggestivo di pellegrinaggio ma anche di riflessione sulla pacifica coesistenza tra uomo e natura, ispirato agli insegnamenti di armonia di San Francesco. Ed è proprio qui che Michelangelo Pistoletto ha creato “Terzo Paradiso”, un’opera di Land Art con alberi di olivo. “I due cerchi esterni" scrive Pistoletto "rappresentano tutte le diversità e le antinomie, tra cui natura e artificio. Quello centrale è la compenetrazione fra i cerchi opposti e rappresenta il grembo generativo della nuova umanità”. Mantenere le stesse tonalità di colori in più fotografie è un elemento collante in un servizio Click here Click here Click here Click here Click here Click here Click here Click here Click here TUTTI I CONSIGLI
- Castello di Miradolo | terrimago
Castello di Miradolo Pinerolo, TO, Italia Un workshop di fotografia di giardini e piante e in questo contesto un approfondimento su i parchi e sugli alberi. Il Parco che circonda il Castello di Miradolo ha un’estensione di oltre 6 ettari e ancora oggi lascia trasparire gli orientamenti progettuali ed il gusto di chi iniziò a delinearlo, nel Settecento, e di chi poi ne proseguì la creazione, nell’Ottocento, espandendone la superficie. Il parco oggi presenta esemplari di notevole bellezza ed importanza storica e botanica: il suo patrimonio arboreo è rappresentato da oltre 1700 alberi di diversa dimensione e pregio, di notevole importanza storico-botanica. Il Parco accoglie circa 70 specie e varietà botaniche diverse, che si ritrovano in gruppi più o meno densi, piccoli boschetti e singoli alberi isolati. Link 17 giugno 2023 Dalle 10.30 alle 18.30 con pausa pranzo Costo 110 € (100€ per gruppi di 3 persone) La prenotazione è obbligatroria e si effettua inviando una mail specificando il luogo del workshop < Back
- Edward Burtynsky: Xylella Studies
Una sezione per raccontare tutti quello che succede legato ai giardini, come luoghi o come protagonisti. Mostre, eventi, visite, fiere o anche corsi tutti rigorosamente nell'ambito dei giardini e del verde. Iscrivetevi alla newsletter se volete rimanere aggiornati, e se invece volete condividere un vostro evento scriveteci qui e diffonderemo le informazione sul sito e sui nostri social. < Back MOSTRA Fondazione Pino Pascali Museo di Arte Contemporanea Edward Burtynsky: Xylella Studies Fino al 9 aprile 2023 la Fondazione Pino Pascali presenta una mostra di Edward Burtynsky , celebre fotografo di paesaggi industriali, artista contemporaneo tra i più apprezzati a livello internazionale per il suo impegno civile nella testimonianza dell’impatto dell’uomo sul pianeta. La mostra, dal titolo Edward Burtynsky: Xylella Studies , documenta il disastro ecologico che ha colpito gli ulivi in Puglia ed è il frutto del lavoro avviato con la Fondazione Sylva , ente no-profit che si occupa di rigenerazione ambientale attraverso attività di riforestazione. Un anno fa la Fondazione, che è nata nel 2021 proprio con lo scopo di rigenerare il paesaggio pugliese, ha ospitato in residenza nel Salento il fotografo canadese autore di Antropocene, affidandogli il compito di tradurre in immagini e video la distruzione del patrimonio arboreo millenario e del paesaggio pugliese causata dal batterio della xylella. La sintesi di quel lavoro si traduce oggi in questa mostra, che la Fondazione Pino Pascali ha prodotto. Le dodici immagini scelte, stampate e realizzate per questo evento saranno in esposizione nelle sale del Museo in un percorso di grande coinvolgimento emotivo. SCHEDA MOSTRA Fondazione Pino Pascali Museo di Arte Contemporanea Polignano a Mare, BA, Italia Edward Burtynsky: Xylella Studies Date 25 novembre 2022 9 aprile 2023 LINK
- Opuntia | terrimago
L'Opuntia ficus-indica, meglio conosciuto come ficodindia, è una pianta succulenta della famiglia delle Cactacee ed è xerofila, ossia che vive preferibilmente in ambienti aridi, dove può raggiungere anche i 5 metri di altezza. La pianta non ha un tronco principale, i suoi fusti sono i cladodi, comunemente noti come pale, che si occupano della fotosintesi, mentre le sue foglie col tempo si sono evolute in spine. BOTANICA OPUNTIA FICUS-INDICA di CARLA DE AGOSTINI L’ Opuntia ficus-indica, meglio conosciuto come ficodindia, è una pianta succulenta, con foglie spesse e carnose, della famiglia delle Cactacee ed è xerofila, ossia che vive preferibilmente in ambienti aridi, dove può raggiungere anche i 5 metri di altezza. La pianta non ha un tronco principale, i suoi fusti sono i cladodi, comunemente noti come pale, che si occupano della fotosintesi, mentre le sue foglie col tempo si sono evolute in spine. La sua grande capacità di adattamento in ambienti sfavorevoli è dovuta anche alla sua peculiare fotosintesi che limita le perdite di acqua. Questa via fotosintetica, chiamata Metabolismo Acido delle Crassulacee o CAM, separa nel tempo i processi di assimilazione e fissazione della CO2. Le piante CAM, infatti, aprono gli stomi di notte e non di giorno per l’assorbimento di anidride carbonica. Questo avviene perché di notte le temperature sono minori e la pianta perde meno acqua di quanta ne perderebbe di giorno, quando invece chiude gli stomi e converte l’energia in zuccheri semplici. Questo tipo di fotosintesi aumenta la capacità delle piante succulente di mantenere l’equilibrio idrico, motivo per cui la maggior parte delle piante CAM occupa ambienti aridi o salini, e in generale tutti quelli nei quali la disponibilità idrica è periodicamente bassa. L’origine dell’epiteto Opuntia ficus-indica è stata oggetto di dibattito: secondo alcuni deriva da un’antica regione della Grecia, la Locride Opuntia e dalla sua capitale Opunte, nei cui pressi gli scritti di Plinio il Vecchio riportavano di una pianta con frutti gustosi che radicava dai rami. Col tempo, però è stato confermato che la pianta è originaria del Messico e il nome botanico è quindi dovuto alla somiglianza morfologica del suo frutto col fico mediterraneo e all’origine geografica, le Indie occidentali. Una leggenda vuole che ai tempi dei conquistatori spagnoli l’imperatore degli Atzechi, Montezuma, fosse solito ricevere come tributo dagli stati assoggettati sacchi pieni di grana . Ossia una cocciniglia (Dactylopius coccus) parassita dei cladodi del ficodindia, dal cui corpo essiccato si può estrarre la tinta del rosso carminio, utile per tingere ceramiche, tessuti e architetture, di una tonalità talmente intensa mai vista prima. Il suo potere colorante è infatti dieci volte più forte e persistente del kermes , ritenuto fino ad allora il miglior prodotto per la tintura rossa, tanto che gli spagnoli decisero di tenere nascosto il procedimento per quasi due secoli e mezzo, creando il monopolio della grana cochinilla , che divenne tra i beni più richiesti. Tra i più grandi acquirenti spiccano gli inglesi che tenevano particolarmente al colore delle loro divise, le famose red coats. Fino a quando nel 1777 un medico francese riuscì a scoprire il processo. Ottenuta l’informazione gli inglesi esportano in Australia la pianta e la sua cocciniglia, nella speranza di realizzare piantagioni per realizzare la grana, ma nonostante il clima apparentemente perfetto, gli insetti non sopravvissero. Al contrario, i fichidindia divennero delle piante infestanti danneggiando i pascoli e il territorio: si stima che nel 1920 fossero diffuse su oltre 30 milioni di ettari, con una velocità di conquista di mezzo milione di ettari all’anno! Un danno enorme che ancora oggi si sta cercando di porre rimedio cercando soluzioni. In Europa la pianta venne introdotta per il fascino che emanava e nel XVI secolo divenne un importante protagonista dei giardini botanici, sia per ragioni di curiosità scientifica e che per la sua vocazione ornamentale. Successo confermato anche dalla frequenza con cui la pianta è rappresentata nei disegni o nelle arti figurative, come ad esempio nella Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona, dove Bernini mette l’Opuntia a sfondo della rappresentazione del Rio de la Plata. In tutto il bacino del Mediterraneo la sua capacità di adattamento e di propagazione ne hanno facilitato la riproduzione, specialmente nelle isole italiane, dove il ficodindia si è acclimatato fino a divenire un elemento caratteristico del paesaggio e spesso viene utilizzato come frangivento o recinto per i greggi. Inoltre si è rivelato una inesauribile fonte di prodotti e funzioni, la pianta è stata subito apprezzata per l’uso foraggero dei cladodi e per i frutti, che possono essere consumati freschi o utilizzati anche per la produzione di succhi, liquori, gelatine, marmellate, dolcificanti e tanto altro. In Messico si mangiano anche i giovani cladodi, noti come nopalitos, e utilizzati come verdura fresca. La Sicilia è quella che presenta, storicamente, il più ampio panorama di utilizzazioni. Viene infatti coltivato nelle aree interne, dove i frutti vengono definiti addirittura il “pane dei poveri” e nelle zone costiere, tendenzialmente nei giardini fruttiferi per uso produttivo e di piacere. La tradizione contadina siciliana è ricca di prodotti del ficodindia, dal suo liquore ai mostaccioli (biscotti tipici) fino alla mostarda. Nel 1891 René Bazin, scrittore francese di fine ‘800, scrisse che “con una ventina di fichidindia… un siciliano trova la maniera di fare prima colazione, di pranzare, di cenare e di cantare nell’intervallo”. Ed è dalle pale siciliane, e in parte sarde, che il ficodindia arriva e invade l’Eritrea, piantata sia dai missionari italiani del 19° secolo che dai migranti della prima colonizzazione italiana. Qui, i beles, nome in eritreo, non sono solo i frutti ma è anche l’appellativo scherzosamente dato dai coetanei del Corno d'Africa ai giovani eritrei di seconda generazione che risiedono in Italia, perché arrivano con la stessa puntualità dei frutti: nella stagione delle piogge estive, e poi ripartono. Oggigiorno l’Opuntia ficus-indica viene usato per i prodotti più disparati, sia per il suo alto valore nutrizionale, ricco di minerali, soprattutto calcio, fosforo e vitamina C sia per la sua mucillagine, la sostanza che permette alla pianta di avere riserve d’acqua. Grazie ad essa, il ficodindia è infatti diventato un grande protagonista nelle innovazioni ecosostenibili. Per esempio, una professoressa messicana di ingegneria chimica, S. Pascoe Ortiz, ha brevettato un materiale plastico e biodegradabile: mescolando il succo di ficodindia con glicerina, proteine e cere naturali, ha ottenuto un liquido che dopo essere laminato ed essiccato, diventa una bioplastica completamente atossica, biodegradabile e commestibile. Anche in Italia proliferano gli utilizzi alternativi del ficodindia, ad esempio, sempre dalla mucillagine, è stato sperimentato un collante per le operazioni di restauro degli affreschi e dai suoi scarti un’industria tessile ha ricavato un eco-pelle cruelty-free. Ma non basta, ci sono anche occhiali da sole derivati dalle loro fibre, mobili e lampade scultoree realizzate con gli scarti delle pale che a fine vita sono interamente biodegradabili! GALLERY Foto ©CRISTINA ARCHINTO Link Giardino di Valeria Parco Paternò del Toscano Giardino Botanico di Pallanca Giardino Botanico Villa Rocca Altri AMBIENTi E BOTANICA Papaveri e api Vie cave Alberi Caño Cristales Palmeti Palmeti Caldara di Manziana Terra scoscesa Tevere
- Una nuova scoperta
Ruth OrkinUna nuova scoperta Una nuova scoperta Ruth Orkin La mostra “Ruth Orkin – Una nuova scoperta” è la più vasta antologica mai organizzata in Italia di una delle maggiori fotorepoter del XX secolo. Oltre 150 fotografie, la maggior parte delle quali originali, ripercorrono l’intera produzione di Ruth Orkin (Boston 1921 – New York 1985), in particolare tra il 1939 e la fine degli anni sessanta, attraverso alcune sue opere capitali come VE-Day, Jimmy racconta una storia, American Girl in Italy, uno degli scatti più iconici della storia della fotografia, e i ritratti di celebrità, tra i quali Robert Capa, Albert Einstein, Marlon Brando, Orson Welles, Lauren Bacall, Vittorio De Sica, Woody Allen e altri. La mostra ha l’obiettivo di raccontare l’attività di una tra le più rilevanti fotografe del Novecento, attraverso un percorso che permetterà al pubblico di scoprire la sua opera elegante, raffinata, profonda e coinvolgente. A dispetto dei pregiudizi di una società̀ che non le consentiva di realizzarsi come regista, Ruth Orkin si avvicinò alla fotografia con una prospettiva del tutto nuova, sperimentando un linguaggio fotografico innovativo in grado di andare oltre l’immagine fissa per raccontare le storie che si celano dietro ai gesti più̀ semplici e quotidiani, dove cinema e fotografia confluiscono, fondendosi l’uno nell’altra. Musei Reali Torino Torino, TO, Italia 17 marzo 2023 / 16 luglio 2023 LINK









