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158 risultati trovati con una ricerca vuota

  • Betulla

    < Back Betulla Betulla Il nome Betulla deriva dal gallico “Betw” e fu sempre considerato un albero sacro legato alla luce e al risveglio della natura visto che è il primo albero a germogliare dopo l’inverno. La sua presenza in Sicilia è riconducibile all’ultima glaciazione ma andò progressivamente scomparendo per rimanere solo nella zona dell’Etna. Col tempo si differenziò dalle altre specie sviluppando un apparato conduttore adatto a sopravvivere a condizioni sia di estremo caldo che freddo, diventando una specie arborea endemica la Betula aetnensis. Utilizzata in diversi campi fin dal Paleolitico la pece di betulla fu adoperata dagli Uomini di Neanderthal come adesivo e più avanti la sua inconfondibile corteccia bianca fu usata come carta. Nel Nord America furono i coloni ed esploratori a inventare la “birra della betulla” come sostituto ai costosi liquori presenti, utilizzando la sua linfa in aggiunta al miele fermentato ancora oggi realizzata in Russia. Link Previous Next

  • Palme da datteri | Terrimago

    La palma da dattero ha un legame unico con le terre dell'Oman: coltivata e apprezzata fin dall'antichità rappresenta un simbolo ed un valore per il paese riconosciuto dall'UNESCO. OMAN Palmeti L'albero della palma da dattero e l'Oman sono stati collegati sin dall'antichità. Questo legame è radicato nella cultura e nella civiltà e legato alla sua vita quotidiana e ha contribuito allo sviluppo della società e all'integrazione dell'economia che a sua volta consolida la posizione della palma da datteri come una componente preziosa della natura dell'Oman. Il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’Unesco, riunitosi a Bogotà in Colombia, ha approvato il 12 dicembre 2019 all’unanimità l’iscrizione delle conoscenze, abilità, tradizioni e pratiche associate alla palma da dattero nella Lista dei Patrimoni culturali immateriali dell’Umanità dell’Unesco. Il riconoscimento va a 14 paesi arabi: Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Kuwait, Mauritania, Marocco, Oman, Palestina, Arabia Saudita, Sudan, Tunisia, Emirati Arabi Uniti e Yemen. “La palma da dattero è stata legata per secoli alla popolazione regionale degli Stati candidati, servendo sia come base di numerosi mestieri, professioni e tradizioni sociali e culturali, costumi e pratiche associati, sia come fonti di nutrizione”, si legge sul sito web dell’Unesco. La palma da dattero è una pianta sempreverde tipicamente associata ai climi secchi e agli ambienti desertici, dove le sue radici penetrano profondamente nella terra in cerca di umidità. Le professioni coinvolte comprendono gli agricoltori che piantano, nutrono e irrigano le palme da dattero, i proprietari delle aziende, i raccoglitori, i trasportatori, gli artigiani che producono prodotti tradizionali usando varie parti della palma, i commercianti di datteri, i creativi e gli interpreti di racconti e poesie folcloristiche a tema. “La palma da dattero, le conoscenze, le abilità, le tradizioni e le relative pratiche hanno svolto un ruolo fondamentale nel rafforzare la connessione tra le persone e la terra nella regione araba, aiutandole ad affrontare le sfide del duro ambiente desertico”, scrive ancora l’Unesco sul proprio sito. “Questa relazione storica tra la palma da dattero e gli individui dell’area interessata ha prodotto un ricco patrimonio culturale di pratiche correlate tra le persone, conoscenze e capacità mantenute fino ai giorni nostri. La rilevanza culturale e la proliferazione dell’elemento nel corso dei secoli dimostrano quanto siano impegnate le comunità locali a sostenerlo”. Load More Foto ©CRISTINA ARCHINTO Altri AMBIENTi E BOTANICA Grosseto Caño Cristales Palmeti Palmeti Caldara di Manziana Terra Scoscesa Le Palme Luoghi d'Acqua Conoscere gli alberi

  • Villa Pizzo | terrimago

    Villa Pizzo Como, CO, Italia Un workshop di fotografia di giardini e piante e in questo contesto un approfondimento su i giardini all'italiana e sulle rose. Villa Pizzo, che prospetta sul lago di Como con una lunga serie di terrazzamenti, sembra una logica prosecuzione di Villa d'Este, ma il suo territorio appare quasi intagliato nella montagna. Nelle aree più vicine agli edifici principali, il giardino si sviluppa con geometrici vialetti allungati fra aiuole, siepi potate in arte topiaria e fontane barocche, sfociando poi nel celeberrimo e lungo Viale di Cipressi che connota la villa anche dal lago. Verso Moltrasio, il giardino si fa sempre più ricco e dotato di specie arboree ad alto fusto, intersecato da un sistema di vialetti e sentieri minori, ai cui margini vi sono una grotta d'acqua, vasche, corsi d'acqua e la “Fontana di Alessandro Volta”, inserita tra le false rovine di un tempietto classico. Link 6 maggio 2023 Dalle 14 alle 19.00 Costo 110€ (100€ per gruppi di 3 persone) La prenotazione è obbligatroria e si effettua inviando una mail specificando il luogo del workshop < Back

  • Chicago Botanical Garden | Terrimago

    Il Chicago Botanical Garden ospita una varietà invidiabile di flora e fauna. Il giardino giapponese offre una tranquilla oasi zen all'interno del parco, lontana dal caos della città. USA CHICAGO BOTANIC GARDEN Passeggiare per il Chicago Botanic Graden è una piccola esperienza zen; non solo per via del suo meraviglioso e rinomato giardino giapponese, di cui parlerò in seguito, ma per la manutenzione impeccabile, tanto da farti sentire quasi su un altro pianeta. Nemmeno una foglia secca, nessun rametto o fiore appassito a turbare la passeggiata di quel milione di visitatori l’anno che si aggirano indisturbati nel giardino. Anche nella zona degli ortaggi, nota a tutti per essere sempre più propensa all’inselvatichimento, regna un ordine e una geometria totale. Il merito, neanche a dirlo, va sì alla schiera di giardinieri che lavorano con dedizione ogni giorno, ma soprattutto ai 1300 volontari-giardinieri che quotidianamente, muniti di guanti e piccoli attrezzi, si prendono cura del giardino. Li puoi vedere ovunque, in piedi o inginocchiati, mentre si dedicano con passione certosina alla causa del Chicago Botanic Graden. Scrutandoli con attenzioni uno si accorge anche che non sono lì solo per il benessere del luogo ma soprattutto per il loro. Tanto che ti verrebbe voglia di inginocchiarti con loro e rubargli il mestiere; mi chiedo perché da noi non si riesca a organizzare una cosa del genere, gioverebbe a tutti. Il giardino vanta numeri notevoli. Aperto al pubblico solo quarant’anni fa, ha al suo attivo: 13.989 alberi 879.087 bulbi, 1.428.719 piante perenni, 28.032 piante acquatiche e 65.987 arbusti in quasi centocinquantasei ettari di giardino suddivisi in ventisette differenti giardini e quattro aree naturali, trenatdue ettari di vie d’acqua tra laghi e canali che circondano nove isole e oltre duecento specie di uccelli avvistati. Sicuramente un suo fiore all’occhiello è il giardino giapponese, uno dei più vasti al mondo; si sviluppa su quasi sette ettari di terreno suddiviso in tre isole, di cui solo due aperte ai visitatori. La terza, collocata in mezzo al lago, è inaccessibile quasi a simboleggiare un paradiso inafferrabile. Aggirandosi in quest’area ci si imbatte in iris, rododendri e pruni e si avverte, intensa, la presenza dei pini bonsai, simbolo della longevità nella cultura giapponese. Potati e curati a regola d’arte, questi bonsai hanno la rara particolarità di essere piantati nel terreno. Nel cortile del Regenstein Center, si può ammirare invece la collezione di bonsai in vaso: più di duecento esemplari esposti in modo egregio. Il Chicago Botanic Garden ha più di 50.000 membri, persone di tutte le età, interessi e abilità che partecipano a programmi di ogni tipo, prendono lezioni e passeggiano gratis per tutto l'arco dell'anno. Inoltre la Biblioteca di Lenhardt contiene 110.000 volumi, tra cui una delle migliori collezioni nazionali di rari libri botanici. Concludendo; un orto botanico veramente meritevole non solo dal punto di vista botanico e di ricerca scientifica ma soprattutto da un punto di vista più sociologico; una macchina organizzativa impeccabile che ha il merito di esser riuscita, coinvolgendo con abilità una vasta quantità di persone anche molto diverse tra loro, a far vivere e prosperare una bellissima realtà. Cristina Archinto foto ©CRISTINA ARCHINTO Info: www.chicagobotanic.org Altri orti botanici e vivai Orto Botanico di Ginevra Orto Botanico di Ginevra Centro Botanico Moutan Orto Botanico di Palermo Giardino Esotico Pallanca Parco Botanico Villa Rocca Water Nursery Giardino Botanico di Hanbury

  • Giardini villa melzi | terrimago

    Era il 1808 che Francesco Melzi d’Eril, duca di Lodi, gran consigliere, guardasigilli del Regno d’Italia e amico personale di Napoleone, decide di costruire la propria residenza estiva a Bellagio. Nasce così Villa Melzi d'Eril. Il gusto raffinato dell’esotico che caratterizza i Giardini trova la sua espressione più graziosa nelle numerose specie di camelie storiche, ad oggi circa 250, che si possono ammirare nel parco, soprattutto nelle vicinanze dei due ingressi, a Loppia e a Bellagio. LOMBARDIA I GIARDINI DI VILLA MELZI D'ERIL Il gusto geometrico del verde Fotografie Cristina Archinto Testo Carla De Agostini E ra il 1808 quando Francesco Melzi d’Eril, duca di Lodi, gran consigliere, guardasigilli del Regno d’Italia e amico personale di Napoleone, decide di costruire la propria residenza estiva a Bellagio su un terreno con uno stupendo affaccio sul lago di Como. Nasce così Villa Melzi d'Eril e i suoi giardini, sfruttando i terrazzamenti naturali e la varietà di vedute in cui è immersa, giocando sui percorsi curvilinei che attraversano la proprietà in tutta la sua estensione e ne collegano i punti di interesse, gli arredi architettonici e le numerose sculture a soggetto storico e mitologico collocate tra la ricca vegetazione. All’ingresso della proprietà, in direzione di Bellagio, si raggiunge una piccola area sistemata a giardino orientale, con il caratteristico laghetto, circondata da aceri giapponesi e camelie che creano un insieme dai colori sgargianti. Il giardino alterna maestosi alberi secolari a specie esotiche e rare, raggruppati in macchie boschive, impiantati a filari lungo la riva o isolati nel tappeto erboso. Il gusto raffinato dell’esotico che caratterizza i Giardini di Villa Melzi trova la sua espressione più graziosa nelle numerose specie di camelie storiche, ad oggi circa 250, che si possono ammirare nel parco, soprattutto nelle vicinanze dei due ingressi, a Loppia e a Bellagio. Molte di loro sono nate da seme e sono perlopiù riconducibili alla specie principale di Camelia japonica, ma un cospicuo numero è costituito da cultivar di grande interesse storico-botanico, creati nell’Ottocento. Villa Melzi riprende anche la tradizione dell’arte topiaria, in Italia giunta all’eccellenza nel tardo Rinascimento. All’epoca, il gusto e la sensibilità dell’Umanesimo, la cui filosofia si basa sull’idea dell’uomo prometeico e del suo trionfo sulla natura, ispirano la creazione di giardini attentamente asserviti alla geometria delle forme, quindi la riscoperta dell’ars topiaria con le sue tecniche di potatura per modellare le piante in forme decorative. Questo stile affonda le proprie radici in epoca romana, con un’influenza dell’arte greca, quando ovvero, grazie all’Impero, le tendenze culturali si riunificano e intrecciano al servizio di una nuova estetica. I primi esperimenti si realizzano nei nuovi giardini delle ville suburbane, voluti dalle famiglie dell’aristocrazia. Il giardino romano acquista un intreccio di poesia, scultura e pittura ellenica, che darà vita a una vera e propria nuova composizione paesaggistica, che poi diventerà la base del giardino all’italiana. Nei giardini di Villa Melzi si possono apprezzare le simmetrie, non solo per il gusto geometrizzante ma anche per celebrare la bellezza dei caratteri essenziali della stessa natura: non solo giardinaggio ma arte, attraverso la scelta precisa di colori e forme, come la potatura a ombrello dei platani o la particolare collocazione di alberi secolari e specie esotiche, dove la Ginkgo biloba, i faggi rossi o le canfore valorizzano il panorama intorno, assieme ad arbusti, rododendri, azalee e camelie. L’amore e la precisione spiccano a Villa Melzi, nella cura del verde, nella varietà architettonica di parapetti, balaustre, busti marmorei, nelle gallerie di agrumi, che creano un gioco di geometrie inedito e affascinante, in cui perdersi senza far caso al tempo che passa. LE CAMELIE NELLA STORIA Ne L’amore di tempi del colera di Gabriel Garcia Marquez, la protagonista Fermina Daza rifiuta la camelia offertagli da Florentino dicendogli che “è un fiore che impegna”. Ed è stato proprio come pegno d’amore che le camelie sono arrivate in Italia nel 1760, regalo dell’ammiraglio Nelson a lady Emma Hamilton, che la fece piantare nel Giardino della Reggia di Caserta. Molto simile alla rosa e di grandi dimensioni, i fiori della camelia hanno origine in Cina e in Giappone, e fanno parte della famiglia delle Theaceae . Le camelie ornamentali sono considerate fin da subito una rarità destinata a pochi, sfoggio non solo di potere, ma anche di gusti raffinati. Nel tempo, la storia di questo fiore assume molte sfaccettature e significati, ma quello più diffuso rimane senza subbio il simbolo di amore, devozione e stima. La camelia raggiunge grande notorietà con il romanzo di Alexandre Dumas La signora delle Camelie , edito per la prima volta nel 1848, la cui protagonista Marguerite Gautier si ispira alla cortigiana Marie Duplessis che era solita appuntare sul proprio vestito una camelia bianca o rossa, a seconda della stagione. Questa moda condivisa tanto dalle donne quanto dagli uomini divenne presto un dettaglio di classe d’ordinanza sui baveri dei signori e fra i capelli delle signore, e per molto tempo resterà appuntata alle loro scollature. Nel 1923 Coco Chanel porta per la prima volta in passerella abiti con broches (spille) di candide camelie di chiffon, modellate sulla Camelia japonica Alba plena , la cui struttura a petali sovrapposti si pensa possa averle suggerito anche il suo logo della doppia C incrociata; Proust quegli stessi anni li chiama camélia à la boutonnière (Camelia all’occhiello). Col tempo da fiore della nobiltà e del lusso, la camelia è diventata più democratica, ma nei giardini conserva ancora la sua aria da fiore raffinato. GALLERY Foto ©CRISTINA ARCHINTO LINK Sito ufficiale Altri GIARDINI e PARCHI Parco giardini di Sicurtà Parco giardini di Sicurtà Gairdino di Villa Lante Villa Lante parco del Flauto Magico Parco Flauto Magico Bomarzo Parco Villa la Grange Labirinto della Masone Giardino di Kenroku-en Giardino dell'impossibile

  • Le vie cave di Pitigliano | Terrimago

    Pitigliano, insieme a Sovana e Sorano, in Toscana è una delle città del tufo. Nella vallata che lo circonda si trovano le Vie Cave, percorsi propriamente scavati nel tufo lungo declivi rupestri di origine vulcanica, opere uniche al mondo e di enorme importanza storico culturale che risalgono agli Etruschi. Nella sola Pitigliano si contano almeno una decina di vie cave, tra cui quella del Pantano e quella di San Lorenzo. TOSCANA Le vie cave di Pitigliano di CARLA DE AGOSTINI Pitigliano, insieme a Sovana e Sorano, in Toscana è una delle città del tufo. Suggestivo borgo medievale che sorge su uno scosceso sperone di tufo, domina dall’alto le vallate circostanti, dove il Prochio e il Meleta si gettano nella Lente. Piccolo ducato indipendente nel corso del Basso Medioevo e Rinascimento, è considerata la piccola Gerusalemme della Maremma per il ruolo cardine che gli ebrei hanno avuto nella vita della città, e perché è sempre stato centro di rifugio nell’Italia Centrale: l’insediamento iniziò probabilmente nel XVI sec. ad opera dei conti Orsini. Nella vallata che lo circonda si trovano le Vie Cave, percorsi propriamente scavati nel tufo lungo declivi rupestri di origine vulcanica, opere uniche al mondo e di enorme importanza storico culturale che risalgono agli Etruschi. Nella sola Pitigliano si contano almeno una decina di vie cave, tra cui quella del Pantano e quella di San Lorenzo, e tutte hanno dimensioni variabili: lunghe fino al massimo di un chilometro, hanno una larghezza tra i due ed i quattro metri e arrivano in altezza fino ai venticinque metri. Questi percorsi tortuosi e spesso connessi tra loro rappresentano un mistero per gli studiosi: non si hanno risposte precise sul loro utilizzo, alcuni ipotizzano un uso di carattere sacro e funerario, altri sostengono fossero vie di collegamento, sistemi difensivi o ancora opere per il deflusso delle acque. La tesi sui percorsi funebri, ad oggi, sembra quella più condivisa, perché tendenzialmente i percorsi semi-sotterranei coincidono con l’attraversamento di una necropoli. Al tempo degli etruschi le Vie Cave erano più basse, man mano che l’uso si è diversificato, fino a diventare scorciatoie che permettevano ai locali di aggirare le alture creando delle scorciatoie tra paesi e vallate, sono diventate sempre più profonde. È stato infatti calcolato che il percorso percorribile oggigiorno è spesso più basso di oltre dieci metri. Molto probabilmente questa differenza è dovuta a diverse opere di rifacimento fatte nel tempo, come ulteriori scavi per regolarizzare l’erosione del piano stradale, consumato e reso disomogeneo in particolare dal calpestìo degli zoccoli degli animali da soma. Percorrendo questi sentieri si può infatti leggere la storia del luogo attraverso i segni lasciati nel tempo, si ritrovano tombe e incisioni del periodo etrusco, scritte di origine medievale o segni di regimazione delle acque, fino all’epoca cristiana e la realizzazione di "scacciadiavoli": nicchie contenenti immagini sacre che avevano lo scopo di rassicurare i viaggiatori. Ma non è finita, si possono trovare segni a testimoniare riti pagani col tempo diventati tradizionali, come la celebrazione del 19 marzo nella via cava di San Giuseppe, tuttora celebrata con una processione notturna, durante la quale si portano fascine ardenti per festeggiare l’arrivo della primavera. Altra particolarità è il microclima che si è creato tra queste pareti vertiginose, in alcuni tratti le fronde degli alberi hanno creato una sorta di tetto vegetale che ha favorito la crescita di una vegetazione tipica degli ambienti umidi e ombrosi, quali felci, muschi, licheni, edere e liane che creano suggestivi giochi di luce e contribuiscono ad accrescerne il fascino. GALLERY Foto @ Cristina Archinto In evidenza MUSCHI I muschi appartengono alla grande famiglia delle Briofite, Bryophyta, e sono organismi molto primitivi ma di grande interesse per comprendere lo studio dell'evoluzione delle piante terrestri. I muschi, che sono privi di tessuto vascolare, assorbono e trasportano l’acqua per via capillare presenti su tutta la pianta, questa caratteristica ne impedisce la sua crescita in altezza, sviluppandosi invece in tappeti verdi morbidissimi che troviamo sulle rocce e sui tronchi, anche in verticale. I muschi assorbono bene l’acqua piovana, che trattengono anche nei periodi estivi e nei boschi sono fondamentali perché aiutano i semi che cadono dagli alberi a germogliare. Inoltre, assorbono grandi quantità di CO2 e sono fondamentali per la salvaguardia dell’ecosistema e della biodiversità. Altri AMBIENTi E BOTANICA Vie cave opuntia fiorita Opuntia Alberi Caño Cristales Palmeti Palmeti Caldara di Manziana Terra scoscesa Tevere

  • Faggio

    < Back Faggio Faggio Re della foresta, il Faggio domina i versanti calcarei, freschi e umidi appena oltre i limiti del Querceto, dove evolve in boschi puri, ricchissimi di fertile humus, alberi plurisecolari e biodiversità; selve montane da sempre poco accessibili, un tempo sfruttate per la produzione di carbonella ormai abbandonata, oggi riconosciute Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco presidiano le vetuste vestigia di un'inestimabile eredità ecologica e culturale. Link Previous Next

  • Platano orientalis

    < Back Platano orientalis Platano orientalis Il platano è una pianta longeva e di grandi dimensioni e gli esemplari più vecchi occasionalmente mostrano tronchi parzialmente scavati, con cavità che arrivano a dimensioni notevoli. Una leggenda narra che il console romano Licinio Muciano tenne un banchetto per 19 persone in un platano cavo della Licia. Il platano è da sempre immagine sia di saggezza che di bellezza. A Kos, in Grecia, c’è un Platano orientalis di circa 500 anni che si pensi sia nato da una talea dell’albero sotto il quale aveva scelto di insegnare il padre della medicina scientifica Ippocrate circa duemilaquattrocento anni fa. Invece nell’antica Roma il filosofo e naturalista Plinio il vecchio considerava il platano un rimedio utile per ustioni, morsi, punture, congelamento e infezioni. Link Previous Next

  • Punti di fuga

    "Tutti sanno essere buoni in campagna” sosteneva Oscar Wilde, e in fondo aveva ragione. Soprattutto se si tratta della campagna inglese o, per meglio dire, del countryside. Il verde, anzi il complesso dei verdi, le staccionate, le pecore, i filari di alberi, le case solitarie, i campi coi boschetti e i piccoli corsi d’acqua, sono un esauribile fonte di vero piacere naturale. Per dare profondità a un paesaggio piatto è utile avere uno o più punti di fuga, magari con l'aiuto di una staccionata o sentiero. Wiltshire Punti di fuga "Tutti sanno essere buoni in campagna” sosteneva Oscar Wilde, e in fondo aveva ragione. Soprattutto se si tratta della campagna inglese o, per meglio dire, del countryside. Il verde, anzi il complesso dei verdi, le staccionate, le pecore, i filari di alberi, le case solitarie, i campi coi boschetti e i piccoli corsi d’acqua, sono un esauribile fonte di vero piacere naturale. Per dare profondità a un paesaggio piatto è utile avere uno o più punti di fuga, magari con l'aiuto di una staccionata o sentiero. Click here Click here Click here Click here Click here Click here Click here Click here Click here TUTTI I CONSIGLI

  • Brugmansia

    < Back Brugmansia Brugmansia La Brugmansia, conosciuta anche come Tromba degli angeli per la forma dei suoi fiori di fine estate che sono particolarmente profumati, è terribilmente velenosa: tutte le sue parti, in particolare le foglie, contengono alcaloidi tropanici del gruppo dell’atropina e della scopolamina, che in elevate dosi agiscono sul sistema nervoso provocando allucinazioni e, in dosi massicce, possono condurre anche alla morte. Questa Solanaceae viene impiegata per preparare una bevanda allucinogena che un tempo veniva adoperata in America Centro-meridionale per riti religiosi, ma che ancora oggi viene bevuta da alcune etnie della foresta Amazzonica, come i Huachipaire e i Zapiteri, per delle "esperienze". Questa bevanda, chiamata xayápa, un tempo si consumava nella grande casa comune del villaggio, oggi, per via delle pressioni dei missionari, si deve invece consumare appartati in una piccola capanna situata vicino al ruscello. L’esperienza visionaria, che si intraprende per motivazioni specifiche, quali la ricerca di oggetti importanti andati perduti come machete, asce o simili, la previsione di eventi futuri, la cura di malattie e il “rinnovo” fisico del corpo, deve avvenire in presenza di qualcuno che controlli che tutto proceda bene ma soprattutto che presti attenzione ai deliri verbali per poi riportarli all’inebriato affinché sia possibile analizzarne il contenuto e comprenderne il significato recondito; perché è questo che costituisce il “responso oracolare” a ciò che è stato chiesto di “vedere”. Link Previous Next

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